La cooperazione sociale in Emilia-Romagna, la sfida del welfare di comunità

Il modello costrutito sulla sola spesa pubblica non basta più. La cooperazione sociale prende l’impegno di rafforzare la propria capacità di leggere i nuovi bisogni e costruire risposte più integrate, misurabili e radicate nei territori.

Quando parliamo di cooperazione sociale parliamo di un sistema che ogni anno raggiunge più di 930 mila cittadini in Emilia-Romagna, che conta 168 cooperative aderenti, oltre 45 mila addetti e un valore della produzione superiore a 1,7 miliardi di euro. Una parte essenziale del welfare regionale, una vera e propria infrastruttura sociale strategica.

Però, non basta più limitarsi ai numeri. Il punto oggi è capire se il modello che ha garantito fin qui presenza, prossimità e capacità di risposta sia ancora adeguato ad uno scenario che cambia profondamento.

Nel corso della Direzione “Infrastruttura sociale – Protagonisti, sfide e visioni” che si è tenuta il 2 aprile 2026 si è aperta una riflessione sulle nuove posizioni che la cooperazione sociale deve assumere, non solo sul piano economico, ma anche su quello culturale, ideale, identitario e di mercato.

Il contesto dice che siamo in un momento di trasformazione straordinario. Il sistema dei servizi sociali e sociosanitari si trova sotto pressione per più ragioni.

Crescono i bisogni, aumenta la loro complessità, incrementa la popolazione anziana, diminuisce la natalità, aumentano le differenze interculturali, la domanda diventa più personalizzata e sempre meno riconducibile a risposte standard.

Nello stesso tempo si aggravano le difficoltà di reperimento di personale qualificato e il sistema si avvicina a un punto di saturazione: non mancano solo le risorse, mancano sempre più spesso le persone e le competenze.

A questo si aggiunge una trasformazione più profonda. Per decenni la cooperazione sociale ha lavorato dentro un contesto fondato in larga misura sulla spesa pubblica e sul rapporto con la committenza pubblica.

Quel modello oggi non è più sufficiente, la cooperazione sociale non può essere considerata un semplice esecutore di servizi ma una componente strutturale del sistema, come era in origine, capace di generare valore per le comunità e di contribuire alla progettazione delle politiche di welfare.

Il tema, quindi, non è difendere l’esistente. Il tema è capire come cambiare passo senza perdere identità.

COSA CI DICONO I DATI

La prima evidenza della ricerca del progetto sul Dialogo Strategico con le cooperative sociali, elaborata insieme a Euricse e Prometia, prova a osservare non solo i servizi, ma anche le innovazioni organizzative, di governance e di posizionamento.

L’obiettivo della ricerca è ricostruire le traiettorie evolutive delle cooperative sociali, individuare le forme di innovazione emerse negli ultimi anni e mettere a fuoco le principali sfide del prossimo futuro.

I primi risultati sono chiari. C’è un aumento della complessità dei bisogni a cui dare risposta ed emerge con forza il tema dell’incremento della popolazione anziana, del disagio giovanile, insieme alla differenziazione delle dipendenze.

Sono segnali importanti perché mostrano che una parte rilevante della domanda sociale non può più essere letta con categorie obsolete. Accanto a questo cresce l’importanza dell’innovazione tecnologica e si rafforza la necessità di superare un ruolo meramente gestionale, di erogazione di servizi per conto del pubblico, nel quale una parte della cooperazione sociale si è progressivamente assestata negli anni.

La stessa ricerca mostra anche che non tutte le cooperative reagiscono allo stesso modo. Alcune hanno un approccio proattivo e rispondono ai cambiamenti innovando. Altre mantengono modelli consolidati. Altre ancora riconoscono le sfide ma rinviano le risposte. È un elemento importante, perché segnala che il problema non riguarda solo il contesto esterno. Riguarda anche la capacità del sistema di attrezzarsi in tempo, di investire, di assumere una postura maggiormente proattiva.

Sul piano economico e organizzativo i dati mostrano un sistema che tiene e che continua a svolgere una funzione essenziale. Le cooperative sociali aderenti a Legacoop Emilia-Romagna assistono circa 24 mila anziani a domicilio, gestiscono 193 strutture residenziali con oltre 35 mila ospiti, 67 centri diurni per la disabilità e 64 laboratori protetti. Nelle cooperative sociali di inserimento lavorativo associate lavorano stabilmente 5.484 persone, di cui 2.000 con disabilità o svantaggiate e almeno 1.500 fragili.

È una base molto solida, che però non elimina le criticità. Le rende anzi più urgenti, perché mostra quanto sia rilevante ciò che è in gioco.

LE CRITICITÀ CHE EMERGONO

La prima criticità riguarda le cooperative di inserimento lavorativo. I numeri confermano il ruolo decisivo che queste cooperative svolgono per l’occupazione delle persone con disabilità, svantaggiate e fragili. Ma proprio per questo diventa evidente la difficoltà di tenere insieme missione sociale, sostenibilità economica e capacità produttiva. C’è la necessità di aprirsi anche ai nuovi mercati.

L’inclusione lavorativa non regge nel tempo se non si fonda su attività capaci di produrre valore, continuità e tenuta economica.

La seconda criticità riguarda i servizi nel loro cuore, dal disagio giovanile all’invecchiamento della popolazione, dalla denatalità alla mancanza di un investimento per le persone disabili. Nelle prime interviste del Dialogo Strategico, ad esempio, il tema del disagio giovanile emerge in modo netto, insieme alla differenziazione delle dipendenze.

Non è un elemento secondario. Dice che una parte importante dei nuovi bisogni sociali non ha ancora trovato una risposta adeguata, stabile e sistemica. Non basta richiamare il problema. Serve riconoscerlo come uno degli snodi su cui si misurerà la capacità della cooperazione sociale di essere contemporanea, di leggere in anticipo ciò che accade nei territori e di creare contestualmente servizi di prevenzione e di gestione delle complessità.

La terza criticità è la scarsità delle risorse. Le risorse non sono sufficienti, certo, ma i documenti insistono anche su un altro punto: non è solo una questione quantitativa. È una questione di appropriata allocazione, di qualità della spesa, di capacità di trasformare la spesa sociale in investimento, di costruzione di reti più efficaci tra pubblico, privato sociale, famiglie, fondazioni e comunità. Non si tratta solo di incrementare i fondi ma di capire come organizzare meglio il sistema e come rendere più visibile il valore che già produce.

La quarta criticità è la burocrazia come problema operativo che attraversa l’intero sistema. La centralità dell’accreditamento, il peso delle procedure, la rigidità dei modelli di rapporto con il pubblico e la lunga dipendenza dalla logica dell’appalto hanno prodotto un quadro in cui spesso le energie si spostano dalla progettazione alla gestione dell’adempimento. Da qui nasce l’insistenza sull’amministrazione condivisa come strumento ordinario, non eccezionale.

La quinta criticità è la dispersione delle competenze. È un tema che si lega sia alla difficoltà di reclutamento sia alla frammentazione organizzativa. La cooperazione sociale dispone di saperi molto diffusi, ma non sempre riesce a metterli a sistema. La ricerca richiama proprio questo nodo, quando osserva la necessità di superare la frammentazione dei percorsi e di valorizzare meglio le innovazioni organizzative, di governance e le connessioni tra soggetti diversi. In un contesto più esigente, lavorare in modo frammentato espone al rischio di rispondere tardi o di rispondere male.

LE LINEE DI SVILUPPO POSSIBILI

Se queste sono le criticità, le linee di sviluppo non possono limitarsi a una difesa del perimetro storico. La prima riguarda il rafforzamento del posizionamento produttivo delle cooperative. Il passaggio decisivo sta qui: non basta essere riconosciuti per la funzione sociale, occorre essere riconosciuti anche per la capacità di produrre valore. Nei materiali della Direzione questa idea torna più volte. Il compito indicato è passare dalla gestione del bisogno alla generazione di valore, considerare la spesa sociale come investimento in occupazione e in prevenzione, potenziare le competenze manageriali e digitali, costruire reti stabili.

Questo vale in modo particolare per le cooperative di inserimento lavorativo di persone disabili, svantaggiate e fragili. Il loro ruolo può rafforzarsi se l’inclusione lavorativa si collega a filiere e attività con una base economica più robusta. La transizione ecologica è uno di questi spazi. Non perché rappresenti una scorciatoia, ma perché può offrire ambiti concreti nei quali sostenibilità ambientale e inclusione lavorativa si tengono insieme, individuando attività in grado di dare lavoro stabile, non solo esperienze temporanee o residuali.

La seconda linea di sviluppo riguarda i nuovi bisogni sociali. C’è una domanda crescente, personalizzata e socialmente variegata: crescita esponenziale della popolazione anziana, fragilità crescenti, povertà crescente, bisogni che si collocano nello spazio in cui si sovrappongono prestazioni sociali e sanitarie. Ma dentro questo quadro c’è anche altro: solitudine, nuove forme di fragilità relazionale, disagio giovanile, pressione sulle famiglie, bisogno di prossimità. La cooperazione sociale può rafforzare il proprio ruolo se riesce a creare nuovi spazi di risposta a questi bisogni che già legge come componenti strutturali della nuova domanda di welfare.

La terza linea di sviluppo riguarda la costruzione di un vero welfare di comunità. È forse il punto più importante del percorso. Il passaggio dal welfare di prestazione al welfare di comunità viene indicato come una strada necessaria. Significa immaginare un modello in cui la cooperazione sociale diventa coprotagonista di un sistema territoriale più ampio accanto al pubblico. Un sistema in cui possono stare insieme cooperative sociali, cooperative di comunità, reti territoriali integrate, soggetti pubblici, famiglie, terzo settore, fondazioni.

Dentro questa prospettiva la cooperazione rafforza la propria identità. Perché il lavoro di cura, la prossimità e l’inclusione lavorativa sono attività non delocalizzabili, ad alto valore umano e sociale, radicate nei territori. È da qui che nasce l’idea della cooperazione sociale come infrastruttura sociale del Paese e dei singoli territori. Non come tappabuchi, non come soggetto ancillare, ma valorizzando l’essere attore strutturale capace di tenere insieme mutualità, competenza e capacità di costruzione collettiva.

IL METODO PROPOSTO

Perché questa direzione diventi concreta, però, serve un metodo.

Il primo passaggio è superare la frammentazione. Non significa cancellare le differenze tra cooperative, settori e territori. Significa lavorare con obiettivi comuni, costruire una regia più forte, riconoscere che la qualità delle risposte dipende anche dalla capacità di stare dentro reti stabili e non occasionali. La stessa ricerca del Dialogo Strategico insiste sulle analogie e differenze nelle risposte al cambiamento proprio per mettere a fuoco traiettorie condivise, non per moltiplicare i percorsi isolati.

Il secondo passaggio è introdurre strumenti di misurazione dell’impatto sociale e valorizzarne al meglio l’esito, anche nella comunicazione pubblica. Non è un adempimento tecnico. È una leva politica e strategica. Misurare l’impatto significa rendere visibile il valore sociale generato, mostrare che la cooperazione non produce solo servizi ma effetti di coesione, prevenzione, inclusione, stabilità di vita, risparmio collettivo. In una stagione in cui le risorse sono limitate, ciò che non si vede rischia di non contare abbastanza.

Il terzo passaggio è valorizzare la filiera, le connessioni tra settori diversi attraverso innovazione tecnologica, competenze manageriali e digitali, nuovi mercati, welfare interno, reti con pubblico e privato. Sono dimensioni che non appartengono a un solo ambito. Appartengono a una cooperazione sociale che deve lavorare di più sulle intersezioni: tra sociale e sanitario, tra welfare e lavoro, tra inclusione e sviluppo locale, tra cura e innovazione, tra risposta ai bisogni e capacità produttiva.

DOVE PORTA QUESTA RIFLESSIONE

L’obiettivo finale è capire che cosa valorizzare nel futuro modello cooperativo, a partire da ciò che già esiste e che va rafforzato. La cooperazione sociale deve diventare più solida, più innovativa, più capace di dialogare con lo Stato e con i territori da coprotagonista delle politiche di welfare, assumendo anche un ruolo di guida. Deve saper consolidare la propria missione e allo stesso tempo rinnovare i propri strumenti. Deve restare accessibile e radicata, ma anche più capace di generare valore e di misurarlo.

In questa prospettiva il futuro del welfare non si gioca tra Stato e mercato. Si gioca nel terzo spazio che la cooperazione sociale occupa da sempre, ma che oggi deve presidiare con più consapevolezza. Un’impresa capace di essere umanamente radicata nei territori, finanziariamente solida, organizzativamente più forte e tecnologicamente più attrezzata. Se saprà muoversi in questa direzione, la cooperazione sociale darà risposte più concrete ai bisogni emergenti e incidere in modo più netto nello sviluppo dei territori, rafforzando lo scambio mutualistico con i soci e le socie. Non solo difendendo il proprio ruolo, ma contribuendo a ridisegnare il modello sociale dei prossimi anni.

E questo proposito abbiamo chiesto a Simona Benedetti, Elisabetta Cavallazzi, Roberta Tattini, Simone Fabbri Catia Toffanello, Elisabetta Serri e Daniele Montroni quali sono le strategie territoriali per ridisegnare il modello della cooperazione sociale.

LA VOCE DEI TERRITORI

SIMONA BENEDETTI ED ELISABETTA CAVALAZZI – RESPONSABILI SETTORE SOCIALI DI LEGACOOP ROMAGNA

I temi su cui le cooperative sociali associate a Legacoop Romagna si sono confrontate nell’assemblea di settore del 30 marzo a Faenza sono l’invecchiamento della popolazione, la denatalità, l’integrazione multiculturale, le doppie diagnosi, l’abitare, le nuove fragilità, che però spesso non sono certificate come tali, i bandi che non riconoscono la specificità della cooperazione sociale, le relazioni con il volontariato, una dimensione inedita della concorrenza, difficoltà a trovare personale, in particolar modo professionalità qualificate, con il corollario del tema salariale. In questa direzione, abbiamo identificato come prossimo passo la richiesta di nuovo patto con gli enti pubblici e gli amministratori e la necessità di lavorare sull’identità e la comunicazione, per tornare ad essere attrattivi e riconosciuti dal mondo del lavoro, delle istituzioni e dell’opinione pubblica. C’è stato spazio anche per confrontarsi sulla necessità di rinnovare il modello di integrazione, coprogettazione e concertazione che ha storicamente qualificato il modello emiliano-romagnolo, per evitare che diventi un semplice paravento per logiche di risparmio.

ROBERTA TATTINI – RESPONSABILE SETTORE SOCIALI DI LEGACOOP IMOLA

La Cooperazione sociale oggi, rischia di essere vista ancora come un soggetto che fornisce personale, ma non crea valore. Mentre la creazione di valore è un aspetto importante da sottolineare e da riconoscerle, la Cooperazione Sociale dovrebbe essere valutata come un bene della comunità che negli anni ha creato opportunità di lavoro e di condizioni di vita maggiormente adeguate e più  eque a lavoratori e lavoratrici e società civile, intesa come cittadini e cittadini nel suo insieme. La Cooperazione Sociale crea valore per i singoli individui, per le famiglie che accompagna in un percorso di crescita o consapevolezza, per la comunità che può diventare più competente e inclusiva. Ritengo però sia importante evidenziare che oggi il settore vive una profonda crisi, mancano risorse professionali e ciò è determinato dello scarso valore attribuito a questo ambito dell’economia civile, mancato riconoscimento che ricade sul vissuto dei lavoratori e le lavoratrici. Bassi sono gli stipendi, scarso è il valore economico che viene dato a chi tutti i giorni impegna le proprie energie e la propria professionalità nella cura delle persone. Sempre meno giovani vedono nella Cooperazione Sociale un luogo di lavoro interessante e di sviluppo professionale. Malgrado tale crisi i Cooperatori e le Cooperatrici sociali continuano ad investire nell’avvio di servizi, in formazione e innovazione. Nel Circondario imolese la cooperazione sociale offre più del 50% dei posti nido disponibili, frutto di investimenti di singole cooperative o di una comunione di intenti che ha permesso, ad esempio, di realizzare, su un terreno di proprietà municipale, un nido interaziendale. Un nido che attraverso l’investimento di Asscooper e altri partner, offre alla Città di Imola 72 posti, in un contesto sociale dove calano le nascite ma più famiglie scelgono di usufruire di un servizio educativo. La missione delle nostre imprese è quella di creare una comunità educante diffusa che promuove la lettura nella libreria cooperativa della Città e nelle biblioteche in gestione. Oppure diffonde cultura attraverso corsi per tutte le fasce d’età e organizza un festival del linguaggio aperto a tutti, offre opportunità terapeutiche con un modulo specialistico dedicato a madre/bambino. Insomma investe nello sviluppo della comunità attraverso risorse proprie o in sinergia con con gli Enti territoriali e con le associazioni di volontariato e familiari del Circondario. Progetta e gestisce opportunità dedicate al Dopo di Noi, esperienze di laboratori di musicoterapia nati per minori disabili con l’obiettivo di creare un’orchestra inclusiva e che è approdata a collaborare  con una associazione internazionale che offre percorsi di inclusione sociale attraverso la musica. Ma non finisce qua, la Cooperazione sociale di tipo A con i propri progetti, tocca le famiglie  con parenti anziani che possono trovare ospitalità nelle case famiglie del territorio a gestione cooperativa – ricordiamo anche che quasi il 50% dei servizi per anziani del territorio accreditati dalla Regione è gestito dalla Cooperazione Sociale-. L’innovazione di servizio trova poi nel  recupero di portatili dismessi dalle aziende per donarli a chi ne ha bisogno, un percorso che concilia sostenibilità sociale e ambientale con la possibilità di avvio al lavoro per persone con svantaggio.

SIMONE FABBRI – RESPONSABILE RELAZIONE ESTERNE E SOSTENIBILITÀ, LEGACOOP BOLOGNA

Il punto oggi non è semplicemente migliorare l’offerta dei servizi, ma cambiare paradigma. La cooperazione sociale non può più essere letta come un fornitore esterno a cui affidare pezzi di welfare, ma come un partner pubblico-privato non speculativo, pienamente dentro la costruzione dell’interesse generale. Questo significa convergere su missioni territoriali condivise, costruendo alleanze tra istituzioni, imprese, terzo settore, finanza responsabile e comunità locali, perché nessun attore da solo è più in grado di rispondere alla complessità dei bisogni. Significa fare “economia sociale” in modo pieno: non scaricare all’esterno i costi sociali e ambientali, ma assumerli dentro un modello di sviluppo più giusto e sostenibile. In questa prospettiva diventa decisivo un public procurement orientato all’impatto, capace di riconoscere non solo il costo del servizio, ma il valore sociale, occupazionale, ambientale e comunitario generato. Allo stesso tempo, serve una cooperazione sociale capace di misurare il proprio impatto e di organizzare i processi per farlo bene: non come adempimento, ma come strumento per leggere meglio le opportunità, governare i rischi e rafforzare la propria legittimazione. Per sostenere questo salto occorrono finanza paziente (sociale e green), più coerente con tempi lunghi dell’innovazione, e adeguate marginalità economiche, non per staccare dividendi agli azionisti – non possibile per la forma cooperativa – ma per investire in strategia, competenze, creatività, uso dei dati e dell’intelligenza artificiale. È da qui che può nascere una cooperazione sociale più forte: che non ripara danni ma è generativa, capace di produrre welfare, sviluppo e trasformazione territoriale insieme.

CATIA TOFFANELLO E MARCO MENOZZI – RESPONSABILI SETTORE SOCIALI DI LEGACOOP ESTENSE

Come Legacoop Estense ci stiamo impegnando all’interno del Forum del Terzo settore nella costruzione di un Regolamento partecipato del Comune di Modena sull’Amministrazione Condivisa. Crediamo sia importante costruire uno strumento che favorisca la condivisione di obiettivi comuni con la Pubblica Amministrazione, da qui la necessità di luoghi di confronto, documenti di programmazione strategica che rendano sempre più convergenti gli obiettivi della programmazione politica e i bisogni rilevati dagli ETS e quindi anche della Cooperazione Sociale. Il regolamento dovrà prevedere e regolare questa collaborazione e definire gli atti necessari alla co-programmazione e la co-progettazione. Dovrà inoltre provare a delineare meglio come regolare il rapporto tra gli Enti nel rispetto della loro diversità e specificità, rendendo maggiormente trasparenti queste relazioni e ambiti di responsabilità. L’auspicio è che tutto questo sia veramente orientato alla centralità della persona, con particolare attenzione alle vecchie e nuove fragilità. Riteniamo che meriti sempre maggior attenzione la lotta alle disuguaglianze, di genere, economiche e generazionali. Dobbiamo ripensare insieme a come viviamo nelle nostre città, se sono veramente inclusive per tutti, o tendiamo a segmentare sempre di più le risposte. Abbiamo bisogno di creare reti e fare uscire le persone dalla solitudine, creare legami e far tornare il valore della cura come primario, sia per chi lo riceve che per chi lo eroga, che sia un professionista o un libero cittadino. Stiamo inoltre accompagnando le associate in un percorso di possibile sviluppo e potenziamento favorendo l’accesso ad opportunità di finanziamento. Temi come l’housing sociale, l’assistenza domiciliare, il disagio giovanile, l’inclusione scolastica e la non autosufficienza sono interessati da un processo di cambiamento dei bisogni, dove un ruolo più proattivo della cooperazione sociale può innescare processi di cambiamento coprogrammati e coprogettati con gli attori principali delle realtà territoriali. Risulta necessario intraprendere un nuovo dialogo con gli enti formativi e di ricerca per arrivare ad avere sempre più strumenti condivisi di monitoraggio e valutazione d’impatto delle progettualità. Inoltre la cooperazione si conferma come elemento detentore di dati utili alle analisi di contesto per favorire le nuove letture dei cambiamenti sociali, culturali ed economici. Nei prossimi anni la tecnologia potrà rappresentare per la cooperazione sociale non solo uno strumento di efficientamento organizzativo, ma un vero e proprio fattore abilitante di innovazione sociale. La sfida sarà integrare queste tecnologie mantenendo centrale la relazione umana, il valore comunitario e la missione inclusiva che caratterizzano l’agire cooperativo.

ANTONIETTA SERRI – RESPONSABILE SETTORE SOCIALI DI LEGACOOP EMILIA OVEST

La cooperazione sociale non è solo una risposta ai bisogni, ma un laboratorio permanente di innovazione sociale ed economica. I progetti accompagnati da Legacoop Emilia Ovest raccontano come la cooperazione sappia generare valore condiviso, costruendo reti solide tra soggetti diversi, capaci di intrecciare competenze, mission e visione di sviluppo territoriale. La recente iniziativa Professione Educatore ha fatto incontrare oltre 70 studenti dell’Università di Parma, Dipartimento di Scienze dell’educazione, con 9 cooperative sociali suddivise in 6 isole tematiche focalizzate sulle competenze in evoluzione dell’educatore. Questo progetto testimonia l’impegno nel creare connessioni strutturate tra mondo accademico e cooperative sociali, aprendo spazi di dialogo e confronto con le nuove generazioni. Qui la cooperazione sociale si presenta come ambito professionale vivo e dinamico, capace di coniugare qualità dei servizi educativi, innovazione dei modelli organizzativi e centralità delle persone. R‑K Project rappresenta invece un esempio emblematico di progettualità intercooperativa tra cooperative sociali di tipo B che mettono in comune filiere produttive. L’inserimento lavorativo si intreccia con creatività, sostenibilità ambientale e valore culturale. I soggetti coinvolti hanno dato vita a 21 tavole artistiche che sono diventate copertine di una linea di quaderni preziosi e di tovagliette alimentari. Un prodotto che è al tempo stesso espressione creativa, occasione di inclusione e proposta economica capace di stare sul mercato, dimostrando come la cooperazione possa essere generativa ed economicamente sostenibile. Anche le esperienze di valutazione dell’impatto sociale ed economico, come quelle sviluppate nell’ambito delle ATI per la gestione di servizi connessi allo sport in impianti e palestre a Parma e dei percorsi promossi dal Consorzio Quarantacinque a Reggio Emilia, mostrano con dati e analisi il contributo concreto della cooperazione sociale di tipo B: inserimento lavorativo di persone fragili che si autoaffermano, risparmio per la pubblica amministrazione, miglioramento della qualità della vita delle persone e rafforzamento delle reti pubblico‑private. Numeri e storie confermano che l’inclusione lavorativa non è un costo, ma un investimento che produce benefici diffusi e duraturi. Questi progetti, diversi per natura e ambiti di intervento, condividono una stessa matrice: la capacità della cooperazione sociale di fare rete, di mettere insieme cooperative di tipo A e di tipo B, grandi e piccole, costruendo alleanze. È in questa cooperazione tra cooperative che prende forma un modello capace di generare valore sociale, economico e di reciproca sostenibilità, contribuendo alla crescita dei territori in cui opera.

GIULIA CASARINI E ALFIO FIORI – RESPONSABILI AREA WELFARE E COOPERAZIONE SOCIALE LEGACOOP EMILIA-ROMAGNA

La cooperazione sociale oggi si trova dentro una fase in cui i cambiamenti nei bisogni sono più rapidi e meno leggibili rispetto al passato. Non si tratta solo di una crescita quantitativa della domanda, ma di una trasformazione più profonda, che riguarda il modo in cui le fragilità si manifestano e si intrecciano tra loro. Questo rende più difficile costruire risposte standard e richiede una capacità maggiore di interpretazione e adattamento. In questo contesto emerge con forza il tema del lavoro sociale. Non è solo una questione di organizzazione dei servizi, ma di riconoscimento e sostenibilità. Se il lavoro non viene valorizzato, se non si rafforza la sua qualità e la sua attrattività, diventa più difficile garantire continuità alle risposte e sviluppare innovazione. È un passaggio che riguarda l’intero sistema, non solo le cooperative. Allo stesso tempo, vediamo il rischio di una frammentazione crescente. Le competenze ci sono, le esperienze sono diffuse, ma non sempre riescono a tenersi insieme in modo strutturato. Per questo diventa decisivo rafforzare la capacità di lavorare in rete, costruire connessioni più stabili tra servizi e territori, mettere a sistema ciò che oggi è ancora troppo disperso. La cooperazione sociale ha una caratteristica che la rende particolarmente adatta a questa fase: la capacità di stare dentro i territori, di cogliere i segnali prima che diventino emergenze, di tenere insieme dimensione sociale e organizzativa. Ma questa capacità deve diventare più consapevole e più visibile, altrimenti rischia di non tradursi in un reale rafforzamento del suo ruolo. Il punto, quindi, non è solo migliorare ciò che già esiste. È costruire condizioni più solide per il futuro, rafforzando il lavoro, le reti e la capacità di leggere i bisogni in modo più tempestivo. È su questo terreno che si gioca oggi la possibilità della cooperazione sociale di continuare a essere un riferimento per i territori.

DANIELE MONTRONI – PRESIDENTE LEGACOOP EMILIA-ROMAGNA

Se guardiamo a quello che sta accadendo nei territori, vediamo una trasformazione che non è solo quantitativa ma qualitativa. I bisogni cambiano più velocemente delle risposte, si frammentano, si intrecciano tra sociale, sanitario e lavoro, e spesso emergono prima nelle relazioni quotidiane che nei sistemi organizzati. In questo spazio la cooperazione sociale ha un vantaggio competitivo che non è replicabile: la prossimità. Ma la prossimità, da sola, non basta più. Serve un salto nella capacità di leggere questi cambiamenti e di tradurli in modelli più solidi, meno frammentati, capaci di tenere insieme qualità del lavoro, sostenibilità e impatto. C’è un punto che dobbiamo mettere a fuoco con più nettezza: la cooperazione sociale non è importante solo per quello che fa, ma per il modo in cui tiene insieme persone, lavoro e comunità. In una fase in cui i bisogni si moltiplicano e si fanno meno leggibili, servono soggetti capaci di stare nei territori, di cogliere i segnali deboli e di trasformarli in risposte concrete. È su questo terreno che si gioca oggi la sua funzione. Non possiamo pensare che le risposte arrivino solo dall’esterno, né che basti adattare strumenti costruiti in un’altra fase. Dobbiamo investire di più sulla nostra capacità di costruire soluzioni, di lavorare in rete, di mettere a sistema competenze che oggi sono ancora troppo disperse. C’è poi un tema che riguarda il rapporto con i territori. La cooperazione sociale non è solo un soggetto che eroga servizi, è un pezzo dell’infrastruttura sociale che tiene insieme comunità diverse, che dà continuità alle relazioni e che può contribuire a ridurre le disuguaglianze. Ma per farlo deve rafforzare il proprio ruolo, non solo nella gestione, ma anche nella definizione delle risposte. Il punto, quindi, non è difendere ciò che siamo stati, ma capire come restare rilevanti in una fase nuova. E questo significa assumersi una responsabilità in più: quella di anticipare i bisogni, non solo di inseguirli, e di costruire soluzioni che reggano nel tempo.

 

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