I dati confermano la continua crescita della domanda di produzione biologica. Una panoramica sulla situazione nazionale e regionale
Il mercato agroalimentare biologico in Italia attraversa una fase di consolidamento e crescita costante, come confermato dai dati dell’Osservatorio SANA elaborati da Nomisma. Nel 2025, le vendite complessive di prodotti biologici hanno raggiunto la quota di 6,9 miliardi di euro e hanno registrato un incremento del 6,2% rispetto all’anno precedente. Di questa somma, la fetta principale è rappresentata dai consumi domestici, che valgono 5,5 miliardi di euro, mentre il canale dei consumi fuori casa supera gli 1,35 miliardi di euro.
La grande distribuzione organizzata si conferma il primo canale di acquisto per le famiglie, copre il 64% delle vendite domestiche con un valore di 3,5 miliardi di euro e un incremento del 6,1%. I negozi specializzati detengono invece una quota del 20%, e mostrano comunque una dinamica positiva con una crescita delle vendite del 7,5%. A spingere ulteriormente il settore è il canale della ristorazione e dei consumi fuori casa. Circa sette italiani su dieci hanno consumato alimenti o bevande biologiche fuori casa, e hanno spinto oltre l’80% dei ristoranti e il 70% dei bar a introdurre ingredienti biologici nei propri menù con prodotti freschi, olio extravergine d’oliva, passate e vini certificati.
Il lungo percorso che ha portato alla crescita della produzione biologica
La transizione verso il biologico non è stata facile né immediata. I dati recenti non mostrano l’intero percorso, fatto invece di molte fasi differenti. Nel tempo, il settore si è trasformato grazie a una crescente consapevolezza ambientale. Il cambio di marcia si può già delineare negli anni ’70 e ’80, quando è nata la cosiddetta lotta guidata: per la prima volta gli agricoltori hanno smesso di fare trattamenti chimici “a calendario” (cioè a date fisse) e hanno iniziato a monitorare i campi, intervenendo con i prodotti fitosanitari solo quando la presenza dei parassiti superava una soglia di reale pericolo per il raccolto. Da qui si è evoluta la lotta integrata, in cui la chimica non è più la prima scelta, ma l’ultima risorsa. Prima di usarla, l’agricoltore mette in campo un “lavoro di squadra” fatto di prevenzione, insetti utili che combattono quelli dannosi, trappole naturali e varietà di piante più resistenti. In sostanza, se con la lotta guidata si è imparato a usare i prodotti chimici solo quando serve, con la lotta integrata si è iniziato a usare tutto ciò che la natura e l’agronomia offrono prima di dover ricorrere alla chimica. Progressivamente, il concetto di sostenibilità ha iniziato a riguardare l’intero sistema agricolo, comprese la gestione dell’acqua, la fertilità del suolo e la riduzione delle concimazioni chimiche.
In questo solco di continua ricerca e di crescita dell’attenzione generale relativamente a questi temi, si inserisce e si consolida il concetto di agricoltura biologica di cui parliamo oggi. La produzione biologica moderna richiede infatti l’eliminazione totale della chimica di sintesi (pesticidi, diserbanti, insetticidi e concimi minerali) a favore di sostanze ed equilibri esclusivamente naturali. Tuttavia, il vero punto di forza risiede nella presenza di una certificazione ufficiale. Il biologico, infatti, non è un’autodichiarazione dell’agricoltore, ma un sistema normato da rigidi regolamenti dell’Unione Europea, in cui ogni fase della filiera è controllata e tracciata da enti terzi accreditati.
Il panorama in Emilia-Romagna
In questo quadro nazionale positivo, l’Emilia-Romagna si posiziona come una delle regioni leader nella produzione biologica, grazie a una forte sinergia con le imprese agricole locali per il rilancio e lo sviluppo della filiera. Dal 2014 a oggi, la superficie coltivata con metodo biologico in regione è aumentata del 70%, superando i 150.600 ettari, una quota che rappresenta circa il 15% della superficie agricola utilizzata totale del territorio. Se si analizzano le sole aziende agricole che aderiscono al Programma di sviluppo rurale regionale, i terreni destinati alle colture biologiche sono praticamente raddoppiati, raggiungendo i 130.000 ettari.
Per consolidare questi risultati e supportare le imprese nei processi di transizione ecologica, la Regione ha attivato importanti risorse finanziarie attraverso bandi specifici. Tra questi spiccano i finanziamenti legati ai pagamenti agro-climatico-ambientali e all’agricoltura biologica, che hanno messo a disposizione oltre 47 milioni di euro, di cui ben 27,2 milioni destinati esclusivamente al sostegno diretto dei produttori biologici. Queste misure hanno l’obiettivo di ridurre l’impatto ambientale delle attività agricole sui suoli e sulle risorse idriche, tutelando la biodiversità locale e contribuendo al contrasto dei cambiamenti climatici.
Come l’Emilia-Romagna sostiene l’agricoltura biologica
In Emilia-Romagna l’impegno va oltre i contributi economici e si concentra su tre azioni concrete. Prima di tutto, sostiene la nascita dei distretti del biologico per valorizzare l’agricoltura locale, specialmente nelle aree montane e collinari. In secondo luogo, garantisce la trasparenza della filiera: raccoglie le iscrizioni dei produttori biologici, vigila sugli enti che rilasciano le certificazioni e gestisce le autorizzazioni speciali previste dalle norme europee. Infine, offre un aiuto tecnologico concreto attraverso bollettini meteo e sistemi di monitoraggio gratuiti, che indicano agli agricoltori il momento migliore per proteggere le piante usando solo i prodotti naturali consentiti. In questo modo, gli agricoltori ricevono indicazioni precise su quando e come intervenire per proteggere i raccolti, utilizzando solo i trattamenti naturali consentiti nel pieno rispetto dell’ambiente.
Un unico obbiettivo
Il consolidamento del biologico è indubbiamente un segnale incoraggiante, ma non dovrebbe essere letto come una linea di demarcazione netta tra ciò che è virtuoso e ciò che non lo è. I grandi risultati in termini di sostenibilità e rispetto dell’ambiente si raggiungono infatti proprio unendo le forze. La combinazione tra la crescita del biologico e il radicarsi della produzione integrata porta oggi ad avere oltre il 70% dei terreni gestiti secondo criteri trasparenti e sostenibili. Non si tratta, dunque, di una competizione tra modelli, ma di una convergenza di intenti. Insieme, la produzione biologica e quella integrata garantiscono risultati concreti e misurabili e dimostrano che il settore agricolo nel suo complesso è in grado di portare avanti una vera transizione verso la sostenibilità.
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