Parlare di filiere cooperative significa parlare di una delle forme più concrete con cui la cooperazione può aggiornare il proprio ruolo economico e sociale. Non si tratta solo di mettere in relazione imprese diverse, ma di collegare produzione, distribuzione, servizi, logistica, welfare, energia, abitare, competenze e comunità dentro uno stesso progetto. Parlare di filiere vuol dire parlare del 6° principio cooperativo: cooperare tra cooperative.
È questa la differenza tra una somma di attività e un sistema. Nel primo caso ogni impresa affronta da sola costi, trasformazioni dei mercati, nuovi bisogni sociali e transizioni ecologica e digitale. Nel secondo, le cooperative leggono insieme le criticità e costruiscono risposte comuni. La filiera cooperativa trasforma così la mutualità in organizzazione, coordinamento, strategia industriale e presenza territoriale.
Negli ultimi anni questa esigenza è diventata più evidente. La pandemia ha mostrato la fragilità delle catene di fornitura troppo lunghe. La crisi energetica e l’inflazione hanno inciso sui bilanci delle imprese e sul potere d’acquisto delle famiglie. Le transizioni ecologica e digitale richiedono investimenti, competenze e nuovi modelli organizzativi. In questo scenario, le filiere cooperative possono evitare che il peso dei cambiamenti ricada sugli anelli più deboli della catena del valore.
Se aumentano i costi dell’energia, della logistica o delle materie prime, ogni soggetto tende a difendere la propria posizione: chi produce trasferisce i costi a valle, chi distribuisce comprime i margini, chi lavora subisce la pressione sui salari e chi consuma paga prezzi più alti.
UN’ALTRA STRADA
La cooperazione può proporre un’altra strada, basata sulla trasparenza dei passaggi, sulla condivisione delle responsabilità e su una distribuzione più equilibrata dei benefici. La filiera, in questa prospettiva, non è solo una struttura produttiva. È un patto tra chi produce e chi consuma, tra chi organizza servizi e chi li riceve, tra imprese e territori, tra generazioni. Uno degli ambiti più evidenti riguarda il rapporto tra produzione e consumo, che può avvicinare mondi che nel mercato tradizionale restano spesso separati.
Da una parte ci sono le esigenze di chi produce: programmazione, riconoscimento del valore, contenimento dei costi e continuità dei rapporti. Dall’altra quelle di chi consuma: sicurezza alimentare, accessibilità, trasparenza, sostenibilità e fiducia. Una filiera cooperativa matura deve tenere insieme queste dimensioni. Non bastano accordi commerciali o promozioni. Serve una visione strutturale capace di programmare i flussi, ridurre gli sprechi, aumentare l’efficienza e rendere più chiaro il valore generato in ogni passaggio.
La logistica è parte essenziale di questo processo. Se è mal organizzata, pesa sui bilanci, sull’ambiente, sui tempi di consegna, sulla sicurezza dei lavoratori e sulla qualità dei servizi. Se è qualificata, può creare valore attraverso una migliore programmazione, l’uso delle tecnologie, la riduzione delle emissioni, la sicurezza e un impiego più efficiente dei mezzi. Non può quindi restare un segmento esterno o compresso, perché dalla sua qualità dipende quella dell’intera catena.
Lo stesso vale per l’energia. Nessuna impresa può affrontare da sola investimenti, monitoraggio dei consumi, accesso alle tecnologie e volatilità dei mercati. Servono acquisti condivisi, progetti di efficientamento, comunità energetiche e iniziative territoriali. Le comunità energetiche cooperative non sono soltanto strumenti tecnici: possono mettere insieme imprese, cittadini ed enti locali intorno a un bisogno comune e trasformare la transizione energetica in una forma di mutualità territoriale.
Anche l’acqua richiede una visione di filiera. Scarsità idrica, riutilizzo, reti, agricoltura, turismo, attività produttive e tutela degli ecosistemi sono elementi collegati. Una gestione più circolare richiede investimenti infrastrutturali, responsabilità condivise e il coinvolgimento di soggetti diversi. L’acqua è una risorsa ambientale, ma anche un fattore produttivo, sociale e territoriale.
Le filiere cooperative hanno inoltre una forte dimensione sociale. Welfare, cura, inclusione lavorativa, abitare, servizi educativi e rigenerazione urbana sono condizioni essenziali per la tenuta dei territori. La cooperazione sociale opera in ambiti nei quali il valore non si misura solo attraverso il fatturato, ma anche nella capacità di rispondere a fragilità, invecchiamento, povertà educativa, disabilità, salute mentale, migrazioni, solitudine, lavoro povero e nuove vulnerabilità.
Una cooperativa isolata può gestire un servizio. Una filiera sociale può costruire percorsi che collegano lavoro, formazione, cura, abitare, inclusione, comunità locali e amministrazioni pubbliche. Può trasformare un intervento puntuale in un progetto di territorio. Lo stesso approccio vale per le aree interne, i borghi, i quartieri fragili e gli spazi dismessi. Non bastano interventi edilizi: servono mobilità, lavoro, cultura, educazione, energia, servizi e partecipazione. Le filiere cooperative possono diventare infrastrutture sociali, senza sostituire le istituzioni, ma con la capacità di avvicinare le risposte ai bisogni reali.
LA DISTRIBUZIONE DEL VALORE ALL’INTERNO DELLA FILIERA
C’è poi il tema del lavoro. Le filiere possono produrre compressione salariale, frammentazione, precarietà e appalti al ribasso, oppure tutelare il buon lavoro, qualificare le competenze e sostenere la partecipazione. Per la cooperazione il lavoro non è solo un fattore produttivo, ma una forma di cittadinanza economica e costruzione di autonomia. Una filiera cooperativa deve quindi chiedersi come distribuisce il valore, quali condizioni offre a soci e lavoratori, quale spazio assegna alla formazione, alle nuove generazioni e alle donne e come affronta il ricambio delle competenze.
La trasformazione digitale e l’intelligenza artificiale aggiungono un altro livello. Possono migliorare processi, manutenzione, logistica, servizi, accesso alle informazioni e relazioni con utenti e consumatori. Il loro valore dipende però dal modo in cui entrano nelle organizzazioni. Se sono imposte dall’alto, rischiano di aumentare distanze e disuguaglianze. Se fanno parte di un progetto cooperativo, possono favorire la condivisione dei dati, ridurre le inefficienze e rafforzare la capacità decisionale. La tecnologia ha valore quando migliora il lavoro e la capacità collettiva del sistema.
Le filiere cooperative non nascono da sole. Hanno bisogno di fiducia, regole, strumenti finanziari, competenze, formazione, ricerca, accompagnamento, rappresentanza e luoghi di coordinamento. Consorzi, reti, patti e progetti comuni devono permettere a imprese di dimensioni e settori diversi di riconoscere un interesse condiviso. La cooperazione tra cooperative non può restare un principio astratto: deve diventare un metodo che chiarisce come tutelare l’autonomia, adottare standard comuni, condividere rischi e benefici, evitare sovrapposizioni e misurare l’impatto.
La fiducia resta decisiva. Le imprese più grandi possono sostenere percorsi comuni, mentre le cooperative piccole e medie possono accedere a competenze e mercati difficili da raggiungere da sole. I territori possono così diventare laboratori di innovazione mutualistica. Per questo le filiere non devono essere pensate solo come risposta alle crisi, ma come una forma ordinaria di sviluppo nell’agroalimentare, nella distribuzione, nella logistica, nell’industria, nei servizi, nel welfare, nell’abitare, nell’energia, nell’acqua e nella rigenerazione urbana e territoriale.
UNA DIVERSA IDEA DI COMPETITIVITÀ
Le aree interne, i borghi, i quartieri fragili, gli spazi dismessi e i territori più esposti allo spopolamento hanno bisogno di progetti integrati. Non bastano interventi edilizi. Servono servizi, mobilità, lavoro, abitare, cultura, educazione, energia, cura degli spazi comuni e partecipazione.
Da questa impostazione può nascere una diversa idea di competitività. Non si fonda soltanto sulla riduzione dei costi, ma sulla qualità delle relazioni, sulla programmazione, sulla condivisione delle informazioni, sulla sostenibilità dei processi, sulla trasparenza verso i consumatori, sulla qualificazione del lavoro e sulla forza dei territori. È una competitività più esigente, perché richiede investimenti e responsabilità, ma è anche più coerente con la natura cooperativa.
Per rendere riconoscibile questo contributo, le filiere devono essere raccontate e misurate meglio. Servono dati, risultati ed evidenze che mostrino perché una filiera cooperativa produce benefici diversi da una filiera puramente commerciale. La comunicazione non è un accessorio, ma parte del progetto: rende visibile il lavoro che sta dietro un prodotto, un servizio, un intervento sociale, una scelta energetica o una trasformazione urbana. Mostra inoltre la relazione tra soci, lavoratori, utenti, consumatori, imprese, istituzioni e comunità.
Questo aiuta anche a rafforzare l’identità cooperativa. Le nuove generazioni, i lavoratori, i soci e i cittadini devono poter comprendere perché la cooperazione resta attuale: non per nostalgia, ma perché offre strumenti concreti per affrontare il costo della vita, la qualità del lavoro, la sostenibilità, la cura, la casa, l’energia, il cibo, la mobilità e il futuro dei territori.
Le filiere cooperative rappresentano quindi una prova di maturità per l’intero sistema.
Chiedono di superare confini settoriali, abitudini organizzative e logiche difensive e di passare dalla collaborazione occasionale a una cooperazione strutturata. In un’economia segnata da incertezza, costi crescenti, transizioni e nuove disuguaglianze, la risposta cooperativa non può limitarsi alla resistenza. Deve diventare progetto.
Il futuro delle filiere cooperative riguarda l’idea stessa di cooperazione come infrastruttura economica e sociale: un sistema capace di produrre e distribuire valore, innovare senza perdere il legame con le persone e competere senza rinunciare alla mutualità. Quando funziona, la filiera trasforma la cooperazione da principio dichiarato a pratica quotidiana di sviluppo.
A tal proposito abbiamo chiesto ad Armando Strinati, Carlo Alberto Gollini, Tiziano Tassoni, Ilaria Franchini, Mauro Menozzi e Daniele Montroni come le filiere siano un elemento imprescindibile nella crescita della cooperazione all’interno dei propri territori.
LA VOCE DEI TERRITORI
ARMANDO STRINATI – RESPONSABILE LEGACOOP ROMAGNA CULTURMEDIA CULTURALI
La scelta di aiutare le cooperative a organizzarsi in filiera è sempre stata una priorità per Legacoop Romagna, ispirata non solo, ovviamente, dai valori cooperativi, ma anche dalla coscienza che le politiche di sistema permettono di avere un impatto significativo sui mercati, perché le collaborazioni fra cooperative permettono di ampliare sia in numero sia in qualità i prodotti offerti, con un ovvio beneficio sul lavoro dei soci e sui bilanci.
Tra le filiere di cui Legacoop Romagna ha incoraggiato la nascita c’è Treseiuno, la filiera che raggruppa le cooperative dell’informazione e dei servizi informatici di Legacoop Romagna, con professionalità quali giornalisti, grafici, copywriter, operatori video, venditori, tecnici e programmatori. Nata 10 anni fa, ha prodotto risultati apprezzabili nella costruzione di sinergie e nell’offerta di prodotti che rispondono sia all’esigenza di comunicazione dei clienti sia all’efficienza dei sistemi tecnologici utilizzati.
Le società della rete Treseiuno sviluppano, nel complesso, un giro di affari di oltre 9 milioni, occupando un centinaio di professionisti nei vari settori. È uno degli esempi più chiari dell’assunto di partenza, cioè che è la collaborazione fra cooperative che produce un valore aggiunto nei prodotti. E che questa collaborazione proficua non è limitata alle cooperative che operano nei settori tradizionali, da quello agroalimentare all’industriale, dove pure le associate di Legacoop Romagna partecipano in sinergia con altre realtà del settore, basti pensare all’Aop Gruppo Viva, ma anche in settori quali la cultura, l’informazione, l’intrattenimento.
Infatti, per quanto riguarda Treseiuno, l’esperienza e il know-how delle cooperative che ne fanno parte permette di intercettare le esigenze di imprese ed enti pubblici, grazie a servizi che vanno dagli eventi alla pubblicità, dai nuovi media a quelli tradizionali, dalla comunicazione e marketing dei centri commerciali agli uffici stampa, passando per il video, il web, la creazione di software ad hoc e le piattaforme avanzate per smartphone, tablet e cartellonistica digitale.
CARLO ALBERTO GOLLINI – PRESIDENTE LEGACOOP IMOLA
Nel territorio imolese non esiste una sola filiera cooperativa, ma un sistema di filiere che si incontrano e possono rafforzarsi reciprocamente. Le cooperative associate operano nella produzione agricola, nelle agroforniture, nello stoccaggio e nella trasformazione; nella meccanica e nell’impiantistica per la ceramica, il packaging e il food processing; nella produzione ceramica e nella lavorazione del legno; nei trasporti, nella movimentazione, nella distribuzione e nei servizi. A queste attività si affiancano le cooperative che rispondono ai bisogni abitativi, educativi, sociali e culturali del territorio. Il punto non è soltanto sommare imprese diverse, ma collegarne competenze e fabbisogni. Una produzione agroalimentare richiede tecnologie, logistica e distribuzione. Un investimento industriale ha bisogno di progettazione, manutenzione, formazione e servizi. I percorsi di inserimento lavorativo possono trovare spazio dentro le stesse attività produttive. Come Legacoop Imola vogliamo rendere queste relazioni più strutturate, favorire accordi tra le associate e costruire progetti comuni su innovazione, energia, competenze e organizzazione dei servizi. La filiera cooperativa produce valore quando rafforza ogni impresa coinvolta e mantiene sul territorio lavoro, conoscenze e capacità produttiva.
TIZIANO TASSONI – RESPONSABILE RELAZIONI INDUSTRIALI LEGACOOP BOLOGNA
Le filiere cooperative rappresentano una delle espressioni più avanzate della cooperazione, perché mettono in relazione imprese, servizi, territori e comunità all’interno di un progetto comune: la mutualità diviene strumento concreto di organizzazione, sviluppo e innovazione della cooperazione, con l’obiettivo di evitare che i costi delle trasformazioni ricadano sui soggetti più deboli, promuovendo qualità delle relazioni trasparenti tra produttori, consumatori e territori.
Un ruolo centrale è svolto dall’integrazione tra produzione, distribuzione, logistica, energia e servizi. Una gestione coordinata permette di migliorare l’efficienza, ridurre gli sprechi e aumentare la sostenibilità. Ne è un esempio pratico il progetto “Dal produttore al consumatore. Il modello cooperativo per una filiera integrata”, che attraverso l’integrazione tra operatori della logistica e della produzione agroalimentare ha consentito di abbattere il numero di mezzi utilizzati e di alzare il livello di riempimento dei camion, con l’effetto di accrescere i volumi di vendita e ridurre i prezzi. Lo stesso approccio vale per l’energia e per la gestione delle risorse idriche, che richiedono investimenti condivisi, visione di lungo periodo nonché uso della digitalizzazione e l’intelligenza artificiale orientate alla condivisione delle competenze e al miglioramento dei processi.
Le filiere cooperative hanno una forte dimensione sociale, oltre che economica e rappresentano una vera alternativa di sviluppo economico. Welfare, inclusione lavorativa, educazione, abitare e rigenerazione urbana possono essere affrontati in modo più efficace attraverso reti capaci di collegare imprese, comunità e istituzioni. In questa prospettiva, il lavoro non è solo un fattore produttivo, ma uno strumento di partecipazione, autonomia e cittadinanza economica.
ILARIA FRANCHINI – RESPONSABILE SETTORE AGROALIMENTARE LEGACOOP ESTENSE
Filiera ortofrutta: il valore della programmazione e del cooperare tra cooperative
La capacità di costruire valore lungo la filiera e di far dialogare tra loro soggetti diversi è oggi una delle principali sfide, e al tempo stesso una delle più grandi opportunità, per il sistema agroalimentare cooperativo. È proprio in questa direzione che alcuni anni fa abbiamo avviato il progetto sulla filiera ortofrutta, che ha messo al centro i valori cooperativi del “cooperare tra cooperative”, coniugandoli con un approccio fortemente innovativo.
L’esperienza realizzata tra quattro cooperative: Consorzio Agribologna, Apofruit, Codma, Coop Alleanza 3.0 insieme ad Ammagamma parte di Accenture, ha rappresentato uno dei primi esempi di applicazione diffusa di strumenti di intelligenza artificiale lungo l’intera filiera, con l’obiettivo di rafforzarne la programmazione, migliorarne il coordinamento e generare maggiore valore condiviso.
La filiera è stata letta a partire dalle sue criticità, in particolare nei segmenti dei freschissimi e della frutta matura, dove la frammentazione produce inefficienze e sprechi. Il progetto ha introdotto una logica di programmazione condivisa, capace di anticipare la domanda e governare volumi, tempi e qualità.
I risultati sono significativi e già misurabili. Sulle pesche “colta matura” i volumi sono passati da circa 94 mila a oltre 187 mila kg in un anno (+99%), ma Anche il kiwi ha avuto un andamento molto positivo: le rilevazioni più aggiornate indicano una previsione di crescita dei volumi fino al +50% rispetto all’anno precedente.
Nel complesso, la pianificazione dei prodotti locali ha generato una crescita del 17%, contro il +4% dell’intero comparto ortofrutta nelle stesse aree. Significativo anche il dato sulle pere: i volumi sono passati da circa 79 mila a quasi 210 mila kg (+164%), con una forte riduzione del prodotto non consegnato e dei resi.
Il punto qualificante del progetto non è stato tuttavia soltanto tecnologico o organizzativo. Il vero valore è emerso nella capacità di costruire cooperazione tra cooperative. Le esperienze coinvolte hanno dimostrato che l’integrazione non si realizza automaticamente, ma richiede un investimento relazionale e culturale: mettere in connessione soggetti diversi, condividere informazioni, superare logiche di breve periodo e riconoscersi parte di un obiettivo comune
Questi risultati confermano che il valore del progetto non è solo tecnologico, ma cooperativo: la capacità di condividere informazioni, integrare le decisioni e costruire una filiera più coordinata. È in questa integrazione tra innovazione e cooperazione che si gioca la possibilità di rendere la filiera più efficiente, più equa e più capace di generare valore per tutti.
MAURO MENOZZI – RESPONSABILE SETTORE AGROALIMENTARE LEGACOOP EMILIA OVEST
“Per fare una forma di Parmigiano Reggiano ci vuole… la filiera cooperativa”
Questa frase racchiude il senso di una produzione che non è solo eccellenza agroalimentare, ma anche espressione concreta di un modello economico radicato nel territorio e fondato sulla partecipazione.
Le cooperative rappresentano da sempre un pilastro della filiera del Parmigiano Reggiano: sono socie fondatrici e parte attiva del Consorzio, insieme agli operatori commerciali, contribuendo alla definizione delle strategie di tutela della DOP. Un ruolo sostanziale, che si traduce nella difesa della qualità, della tracciabilità e del legame indissolubile tra prodotto e territorio.
Guardando alla cooperazione emiliana, il valore della filiera emerge con chiarezza già a monte. Si parte dal Gruppo Progeo, cooperativa leader nella produzione di mangimi, elementi fondamentali per garantire un’alimentazione controllata alle bovine. Un passaggio decisivo che incide direttamente sulla qualità del latte destinato alla trasformazione.
Da qui si arriva alle stalle sociali, molte delle quali associate a Legacoop, dove il latte prende forma grazie al lavoro quotidiano dei soci. È in queste realtà che la cooperazione esprime appieno il suo valore mutualistico: i produttori conferiscono il latte ai caseifici di cui sono soci, condividendo responsabilità e benefici lungo tutta la filiera.
Anche i caseifici cooperativi rappresentano una quota rilevante della produzione complessiva di Parmigiano Reggiano. Qui il latte diventa forma, secondo disciplinari rigorosi e saperi tramandati, ma all’interno di un modello che garantisce equità, redistribuzione del valore e presidio del territorio.
Un modello virtuoso che rappresenta l’intera filiera cooperativa del Parmigiano Reggiano è il Gruppo Granterre, che dalla produzione di foraggio alla valorizzazione sui mercati nazionali ed esteri, raggruppa molti soci sui territori in prevalenza di Modena e Reggio.
La filiera del Re dei formaggi non è solo organizzazione produttiva, ma infrastruttura sociale ed economica: tiene insieme produttori, trasformatori e territori, assicurando qualità, sostenibilità e continuità. Un sistema che dimostra come dietro a ogni forma di Parmigiano Reggiano ci sia molto più di un prodotto: c’è una comunità che lavora insieme.
Un modello analogo si ritrova anche nella filiera vitivinicola cooperativa, con realtà come Cantine Riunite & CIV, che rappresentano uno dei principali gruppi del settore a livello europeo. Anche qui la produzione nasce da una base sociale diffusa di viticoltori, che conferiscono le uve diventando protagonisti dell’intera catena del valore. Dalla coltivazione alla vinificazione, fino alla commercializzazione, la cooperazione garantisce qualità, tracciabilità e valorizzazione del territorio, assicurando ai soci una remunerazione equa e una presenza solida sui mercati. Una filiera integrata che, come nel Parmigiano Reggiano, dimostra la forza di un sistema capace di coniugare identità locale e competitività globale.
DANIELE MONTRONI – PRESIDENTE LEGACOOP EMILIA-ROMAGNA
La priorità per la cooperazione emiliano-romagnola è rendere la collaborazione tra imprese una scelta imprenditoriale stabile, non legata soltanto alle emergenze o alle singole opportunità. Nei nostri territori esistono competenze forti e complementari. Legacoop può favorirne l’incontro e accompagnare la costruzione di relazioni capaci di durare nel tempo.
Una filiera funziona quando le cooperative individuano obiettivi condivisi su investimenti, innovazione, competenze, qualità del lavoro e accesso ai mercati. Questo percorso non limita l’autonomia delle singole imprese. Può anzi rafforzarla, perché amplia le capacità disponibili e permette anche alle realtà più piccole di partecipare a progetti che, da sole, avrebbero maggiori difficoltà a sostenere.
La dimensione regionale offre la possibilità di collegare le diverse specializzazioni territoriali e di mettere in relazione settori che hanno molti interessi comuni. Energia, logistica, formazione, welfare, servizi e tecnologie incidono ormai su quasi tutte le attività economiche. Una maggiore integrazione può aiutare le cooperative ad affrontare le transizioni con più strumenti e a condividere costi, conoscenze e opportunità.
In questo percorso Legacoop Emilia-Romagna può svolgere una funzione di raccordo attraverso ricerca, formazione, accompagnamento progettuale, strumenti finanziari e confronto con le istituzioni. Il valore delle filiere può essere letto nella solidità delle imprese coinvolte, nella qualità dell’occupazione, nella capacità di innovare e nelle risorse che restano sui territori.
Le filiere rappresentano quindi una possibile politica industriale della cooperazione. Consentono di tradurre il sesto principio in una pratica concreta e di rendere la collaborazione tra cooperative una leva di sviluppo, buona occupazione e coesione territoriale.


