Il 2 giugno, giorno della Festa della Repubblica, ci ricorda non solo la forma dello Stato, ma una scelta di società. L’Italia voltò pagina dopo il fascismo e Il 2 giugno 1946 uscì dalla monarchia e scelse la Repubblica. Aprì la strada alla Costituente e pose le basi di una democrazia fondata sulla partecipazione, sul lavoro, sui diritti sociali, sul pluralismo e sull’antifascismo. E dentro queste basi c’è anche la cooperazione. La cooperazione non è solo una forma d’impresa nata prima della Repubblica. È uno dei modi in cui la Repubblica ha scelto di riconoscere la democrazia dentro la vita economica del Paese.
Il modello cooperativo italiano nacque nella seconda metà dell’Ottocento e fin dalla sua nascita ha saputo rispondere ai bisogni della società. Nel 1920, in Italia ci sono circa 19.000 cooperative che rappresentavano un modello sociale fondato su partecipazione democratica, mutualità e autonomia popolare.
Tuttavia, quegli anni erano gli anni post prima guerra mondiale e nella cittadinanza cresceva il malcontento douto alle promesse dello Stato non mantenute. La rabbia alimenta movimenti estremisti come il fascismo, che mostra subito il suo volto violento, lo squadrismo.
Tramite azioni organizzate e premeditate contro avversari politici e non inizia il periodo delle violenze squadriste, tra i bersagli ci sono anche le cooperative. Le cooperative erano imprese, ma erano anche luoghi di organizzazione sociale.
Erano reti economiche, ma erano anche spazi di partecipazione. In molti territori dell’Emilia-Romagna tenevano insieme lavoro, rappresentanza, consumo, mutualità e comunità. Per questo furono colpite, colpirle significava intaccare un sistema che aveva dato organizzazione a lavoratori, soci, famiglie e comunità locali.
La violenza attraversò l’intera regione. Il fascismo comprese presto che la cooperazione non era un semplice settore economico. Era una forma di organizzazione sociale. Per questo cercò prima di distruggerne i gruppi dirigenti e poi di catturarne le strutture.
Dopo la stagione delle violenze, arrivò il controllo istituzionale. La Lega Nazionale delle Cooperative e Mutue fu sciolta. Con l’Ente Nazionale della Cooperazione, poi Ente Nazionale Fascista della Cooperazione, le cooperative furono inserite nell’ordinamento corporativo.
La forma cooperativa poteva anche sopravvivere. L’autonomia no. La cooperazione doveva perdere il proprio carattere libero, pluralista e mutualistico. Doveva diventare compatibile con uno Stato che non riconosceva corpi intermedi autonomi, né partecipazione dal basso, né democrazia interna.
È questo il significato profondo della repressione. Il fascismo non colpì soltanto imprese e sedi. Colpì l’idea che le persone potessero organizzare insieme una parte della propria vita economica e sociale. Colpì, prima ancora che fosse scritta nella Costituzione, una forma di democrazia economica.
IL 1945 – L’INIZIO DELLA RICOSTRUZIONE DELL’ITALIA E DELLA VITA DEMOCRATICA
Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, le comunità uscivano dalla guerra con bisogni urgenti: lavoro, cibo, case, servizi, fiducia. Molte strutture cooperative erano state distrutte, controllate o svuotate; molti patrimoni materiali e sociali erano dispersi. La ricostruzione non riguardò solo ponti, strade, fabbriche e abitazioni, ma anche le forme della vita democratica.
Tornarono i Comuni, i sindacati, i partiti, le associazioni, le imprese e i luoghi nei quali le persone potevano partecipare alla vita pubblica e collettiva. E in questo contesto la cooperazione tornò a essere una presenza centrale che rispose a esigenze concrete.
Il 15 settembre 1945, a Roma, Legacoop veniva ufficialmente ricostituita.
Le cooperative contribuirono alla ripresa del lavoro agricolo e della produzione, alla riorganizzazione dei consumi popolari, alla ricostruzione dell’abitare e alla risposta ai bisogni sociali. Furono strumenti economici, ma anche spazi di democrazia locale.
È proprio questa pluralità che le rende centrali nella nascita della Repubblica: la democrazia non si costruisce solo nelle urne e nei partiti, ma anche nelle istituzioni economiche collettive che rendono possibile una vita sociale meno esposta alla speculazione e più capace di autogoverno.
Il 1945 segna anche un avvenimento importante per la nascita della Repubblica. Attraverso il D.Lgs.Lgt. n. 23 del 1° febbraio 1945, proposto al secondo governo Bonomi da Palmiro Togliatti e Alcide De Gasperi viene avviato l’iter per estendere il voto alle donne e attraverso il successivo D.Lgs.Lgt. n. 74 del 10 marzo 1946 viene abrogato.
È il 2 giugno 1946, l’Italia deve scegliere tra Monarchia e Repubblica. Il referendum istituzionale ebbe un’affluenza altissima: partecipò all’incirca il 90% delle persone aventi diritto al voto e il 54,27 % dei votanti scelse la Repubblica.
Il voto del 2 giugno 1946 aprì la strada alla Costituente e alla costruzione della nuova democrazia repubblicana. Per la cooperazione fu un passaggio decisivo. Già nel gennaio 1946 la Lega Nazionale delle cooperative aveva chiesto «in forma solenne» che la cooperazione fosse riconosciuta nella nuova Carta Costituzionale.
Quella richiesta divenne emendamento il 25 gennaio 1947, sottoscritto trasversalmente da parlamentari comunisti, democristiani, socialisti, azionisti e repubblicani. Il testo, che gettò le basi per l’attuale articolo 45 della Costituzione Italiana, sancì il principio del riconoscimento della funzione sociale della cooperazione e della sua sottoposizione ai controlli di legge.
Era il filo che, dal referendum del 2 giugno, conduceva direttamente all’articolo 45 della Costituzione.
La cooperazione non viene solo ammessa nell’ordinamento democratico, ma riconosciuta per la sua funzione sociale, il suo carattere mutualistico e l’assenza di fini speculativi.
L’ARTICOLO 45
Attraverso l’articolo 45 della Costituzione la cooperazione non viene vista come un semplice dettaglio del codice civile, ma riceve una vera e propria dignità costituzionale. La Repubblica sceglie si impegna a riconoscerlo, promuoverlo e controllarlo. Il Testo definitivo entra in vigore il 1° gennaio 1948, e recita:
“La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata. La legge ne promuove e favorisce l’incremento con i mezzi più idonei e ne assicura, con gli opportuni controlli, il carattere e le finalità. La legge provvede alla tutela e allo sviluppo dell’artigianato”.
Questo impianto si regge su un delicato equilibrio: lo Stato sostiene la crescita delle cooperative perché ne valorizza l’utilità pubblica, ma al tempo stesso attiva vigilanze strette per evitare che il modello mutualistico venga sfruttato da false cooperative per scopi puramente speculativi.
Si crea così un “terzo genere” di economia, una via di mezzo tra l’iniziativa privata e quella pubblica, capace di portare la democrazia e la partecipazione diretta dentro i rapporti economici.
Il cuore di questa scelta è stato descritto efficacemente dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel corso della Biennale dell’Economia Cooperativa, che ha ricordato che:
“I Costituenti non si limitarono a ribadire ruolo e importanza della cooperazione nella costruzione di una democrazia economica. Nei loro confronti attribuirono alle istituzioni e alle politiche pubbliche il compito di promuovere e favorire l’“incremento” della cooperazione e, al tempo stesso, di assicurarne “con i controlli opportuni, il carattere e le finalità”. […] Intervenendo nel campo dei rapporti economici, i Costituenti vollero conferire rilevanza alla cooperazione come forma di gestione dell’impresa, in una logica non statalista, bensì di espressione della libertà e della società civile. Della libertà di donne e uomini che intendevano porre in comune il loro lavoro, il loro risparmio, per corrispondere a bisogni essenziali. La cooperazione, appunto – elemento di democrazia economica – unisce due valori di grande rilievo costituzionale, il principio di libertà di impresa e il principio di uguaglianza. Con coraggio, i Costituenti affermarono una visione ampia del sistema economico, respingendo la dicotomia classica impresa privata-impresa pubblica, per aprire alla diffusione del potere economico. Non a caso lo stesso articolo 45, al secondo comma, si occupa delle imprese artigiane. L’esperienza dei decenni che sono alle nostre spalle ci dice che la visione della cooperazione come impresa residuale – sostanzialmente supporto a economie deboli, ad aree fragili – ha lasciato il posto a un “terzo genere” di impresa fra privata e pubblica, suscettibile di operare – l’Europa lo dimostra – a ogni livello di potenzialità economico. Cos’è l’economia se non l’organizzazione della risposta ai bisogni della comunità? A cosa altrimenti servirebbe? All’impresa cooperativa la Repubblica indica un fine: l’utilità sociale.”
Oggi l’articolo 45 non è una semplice memoria del passato, ma una norma più viva che mai. Lo ha confermato anche la Corte Costituzionale con la sentenza 116 del 2025, ribadendo che la cooperazione unisce in modo inscindibile l’attività economica e la funzione sociale attraverso la gestione democratica e le riserve indivisibili, che tutelano il patrimonio per le generazioni future.
In territori come l’Emilia-Romagna, dove questo modello genera gran parte del lavoro e dei servizi nei settori chiave, l’articolo 45 dimostra la sua natura di promessa aperta: una bussola fondamentale per affrontare le sfide di oggi, come il welfare, la transizione ecologica e le nuove tutele del lavoro.
A tal proposito abbiamo a chiesto a Paolo Lucchi, Carlo Alberto Gollini, Rita Ghedini. Paolo Barbieri, Edwin Ferrari e Daniele Montroni come oggi, la cooperazione, è un elemento imprescindibile per la crescita e la coesione sociale all’interno dei propri territori e come ha saputo contribuire alla loro ricostruzione.
LA VOCE DEI TERRITORI
PAOLO LUCCHI – PRESIDENTE LEGACOOP ROMAGNA
L’ottantesima ricorrenza del referendum col quale gli italiani scelsero la forma repubblicana ha coinciso con gli 80 anni della rinascita del movimento cooperativo in Romagna: due date fondamentali per la democrazia del nostro Paese, che abbiamo deciso di celebrare con numerose iniziative. All’assemblea di metà mandato Tito Menzani ha presentato “Quarantacinque”, una ricerca che approfondisce il ruolo centrale della cooperazione nella Liberazione della Romagna e chiarisce il contributo garantito fin da subito, per la ricostruzione del Paese e la stesura della Carta costituzionale. Il titolo è un richiamo sia all’anno della Liberazione, sia all’articolo 45 della Costituzione, che riconosce la specificità dell’impresa cooperativa. Del resto, la democrazia, la libertà e la partecipazione, sono i valori cardine su cui si fonda da sempre il mondo cooperativo e gli stessi che hanno portato alla nascita della nostra Repubblica.
Legacoop Romagna ha inteso così celebrare il ruolo della cooperazione nella ricostruzione del Paese, dalle rovine della guerra ma, ancora di più, nella serie di valori fondamentali che sono alla base dell’Italia nata dopo la sconfitta del nazifascismo.
Ma il tema su cui abbiamo speso un impegno particolare, è l’anniversario, anche qui l’ottantesimo, del voto alle donne, prima alle amministrative del 10 marzo 1946 poi il 2 giugno, per l’elezione dell’Assemblea costituente e per il referendum che portò il nostro Paese a divenire una Repubblica, dopo gli anni di una monarchia totalmente connessa con il fascismo. Per questo, ad ogni incontro o assemblea di Legacoop Romagna e Federcoop Romagna, sul palco sono state presenti, e lo saranno fino alla fine dell’anno, tre figure femminili che simboleggiano appunto questa conquista civile e democratica del nostro Paese. Una conquista che ha visto in prima fila proprio la cooperazione, da sempre un’avanguardia della parità dei diritti: all’assemblea di Federcoop Romagna abbiamo scelto di premiare con il titolo di “Cooperatrici dell’anno” sei donne socie delle nostre cooperative, la più giovane e la più anziana per ogni provincia, dai 23 ai 98 anni. Lo abbiamo fatto per valorizzare non solo il loro impegno quotidiano all’interno delle nostre cooperative, ma anche, nell’ottantesimo anniversario del suffragio universale, il loro operato, ricordando il ruolo cruciale che hanno avuto durante la Resistenza, nella costruzione della democrazia e nello sviluppo sociale e civile dell’Italia.
Ne abbiamo parlato il 28 maggio, a Ravenna, con un’ospite d’eccezione: Silvia Calamandrei, nipote del giurista e Padre Costituente Piero Calamandrei e figlia dei partigiani e giornalisti Franco Calamandrei e Maria Teresa Regard. È stata lei, intervistata dalla giornalista Irene Soave, a tracciare un bilancio storico e sociale del percorso compiuto dal 1946, quando le donne italiane ebbero accesso per la prima volta alle urne, segnando una svolta irreversibile.
Ma l’incontro non è stato solo rivolto alla storia, ha ricordato anche l’attualità dell’impegno cooperativo. Durante il pomeriggio, infatti, è stata presentata ufficialmente la Comunità delle cooperative romagnole che hanno ottenuto la Certificazione della Parità di Genere, traguardo che attesta l’adozione di politiche aziendali volte a colmare il divario salariale e a favorire la crescita professionale femminile.
CARLO ALBERTO GOLLINI – PRESIDENTE LEGACOOP IMOLA
La cooperazione Imolese affonda le radici nel movimento cooperativo di fine Ottocento, profondamente radicato nel territorio tanto da far costituire ben 115 anni fa in Comune a Imola la Federazione Circondariale delle cooperative di produzione e lavoro grazie a personaggi politici e illuminati come Giuseppe Scarabelli, Andrea Costa, Giuseppe Bucci, Paolo Galeati, Romeo Galli e molti altri che fin da inizio secolo ne hanno promosso i valori di democrazia, mutualità, solidarietà, equità, coesione, comunità: persone disponibili all’impegno sociale desiderose di operare insieme per il bene comune. Pesante fu quindi la repressione fascista che tentò di distruggere ogni forma di autonomia delle cooperative per l’intrinseca inconciliabilità tra mutualità e corporativismo. Ma sebbene la cooperazione Imolese uscì distrutta dal fascismo e dalla guerra con la Repubblica a Imola rinasce la Federazione delle Cooperative nella quale si riconoscevano socialisti comunisti cattolici azionisti e repubblicani, situazione che si verificò in pochi altri contesti, i cui ideali, che l’avevano germogliata e fatta crescere, gettarono le basi per la ricostruzione delle cooperative sciolte dal fascismo e la nascita di nuove.
Il movimento cooperativo a Imola fonda quindi le sue radici sulla volontà di donne e uomini di porre in comune il loro lavoro, il loro risparmio, per corrispondere a bisogni essenziali ma l’articolo 45 della costituzione, riconoscendo il valore economico oltre che sociale della cooperazione, come impresa pur nel rispetto del carattere mutualistico e senza fini di speculazione privata, la qualifica come una leva strategica del sistema economico e sociale, come elemento strutturale del mercato, capace di generare valore, occupazione e inclusione senza dipendere da logiche puramente speculative.
La cooperazione Imolese è quindi una realtà economica intergenerazionale con un patrimonio fortemente radicato nel territorio che deve continuare a rispondere ai bisogni dei soci e della collettività che mutano col mutare del contesto economico. Occorre pertanto che con la Festa della Repubblica si ribadisca il mandato che la Costituente ha assegnato con l’articolo 45 della Costituzione alla cooperazione quale motore di coesione per una società democratica fondata sulla partecipazione e la dignità delle persone che serve allo sviluppo del Paese, per rispondere ai nuovi bisogni sociali e ambientali, mettendo insieme culture e visioni diverse per il bene comune.
RITA GHEDINI – PRESIDENTE LEGACOOP BOLOGNA
Nel ricorrere degli ottant’anni della Repubblica Italiana e della conquista del diritto di voto per le donne, celebriamo una tappa fondativa della nostra democrazia, che ha segnato l’ingresso pieno delle cittadine nella vita pubblica, affermando i principi di partecipazione e uguaglianza.
Nel difficile passaggio del secondo dopoguerra, anche a Bologna la ricostituzione delle Leghe cooperative rappresentò un momento essenziale di rinascita civile ed economica. In un territorio profondamente segnato dal conflitto, il movimento cooperativo seppe riorganizzarsi rapidamente, riaffermando i valori del lavoro, della mutualità, della solidarietà come strumenti concreti di ricostruzione e coesione sociale.
La tradizione cooperativa bolognese, radicata fin dall’Ottocento, alle origini del Movimento Cooperativo internazionale, trovò nuova forza in quegli anni grazie all’impegno diffuso di lavoratrici e lavoratori, amministratrici e amministratori, che contribuirono alla rinascita democratica del Paese attraverso forme di impresa partecipata e inclusiva.
Il suffragio universale, ottenuto grazie all’impegno militante di tante donne nelle battaglie sindacali e politiche e nella Resistenza, ampliò in modo decisivo gli orizzonti della cittadinanza, riconoscendo alle donne un ruolo centrale nella costruzione della Repubblica. Anche nel movimento cooperativo bolognese il loro contributo è stato ed è determinante nella gestione delle imprese, nella promozione di interi nuovi settori di attività e di nuove professioni, determinanti per la qualità della vita delle persone e delle comunità, nei processi decisionali e nella promozione di una cultura più equa e attenta ai bisogni.
Le cooperative riflettono il profilo della società dei territori in cui nascono e quello dell’accesso all’autonomia da parte delle donne grazie alla propria fatica e al proprio ingegno, prescindendo dalla proprietà, da sempre e per molti secoli appannaggio maschile.
Per questo le cooperative sono luoghi in cui la partecipazione democratica delle donne e la pienezza dei diritti si è realizzata molto tempo prima, già dalla fine del 1800, che nelle istituzioni democratiche del Paese.
Ricordare oggi queste conquiste significa rinnovare un impegno condiviso: custodire e attualizzare quei valori promuovendo una democrazia inclusiva per cui ancora servono lavoro e dialogo che conducano ad una vera parità, mai compiutamente realizzata, nemmeno nel contesto cooperativo, presupposto sostanziale di giustizia sociale.
Le cooperative continuano a essere, nel nostro territorio, presidi di partecipazione e strumenti di perseguimento dell’equità e della parità, obbiettivi mai compiuti in ragione del continuo divenire del contesto sociale ed economico.
Dalla nostra matrice, profondamente intrecciata con quella della Repubblica, traiamo la responsabilità e la visione per affrontare le sfide del presente e costruire il futuro.
Cooperatrici e cooperatori, insieme.
PAOLO BARBIERI – PRESIDENTE LEGACOOP ESTENSE
Da 80 anni siamo Repubblica, da 80 anni le donne hanno diritto di voto. Quest’anno, il 2 giugno non può che essere dedicato proprio a loro, alle tante cittadine italiane che, forti del ruolo assunto durante la guerra e la Resistenza, hanno rivendicato con determinazione i propri diritti civili e politici, a cominciare dall’estensione del suffragio universale. La nuova stagione di speranza, ricostruzione sociale, politica e culturale che si è aperta dopo il crollo del regime fascista e la fine della guerra è stata tale anche grazie all’apporto imprescindibile delle donne: nessuna rinascita democratica sarebbe stata possibile senza il loro protagonismo, che ha dato un impulso significativo anche alla rinascita della cooperazione.
Proprio per questo, quest’anno abbiamo scelto di affiancare UDI – Unione Donne in Italia, non solo sostenendo come di consueto il calendario 2026 – quest’anno dedicato proprio al voto alle donne – ma anche la pubblicazione del volume dedicato ad Ansalda Siroli, già presidente di UDI Ferrara, persona che ha profondamente segnato la vita sociale, politica ed economica del nostro territorio.
Da mondina a donna politica, da mondina a donna delle istituzioni, da mondina ad attivista, da mondina a cooperatrice, sempre in prima linea nelle battaglie contro i soprusi, la violenza, la discriminazione, sempre a favore delle donne, ma non solo. Perchè le donne erano la metà del mondo ma la loro battaglia di emancipazione era la battaglia di tutti.
I canti del Coro delle Mondine di Porporana, che abbiamo ospitato alla nostra assemblea annuale, ci hanno ricordato quanto la nostra storia cooperativa affondi le radici più autentiche anche nelle battaglie di dignità, autodeterminazione e riscatto delle donne, la cui voce da 80 anni, giorno per giorno, cerca di guadagnare, un ritsultato alla volta, lo spazio che merita.
EDWIN FERRARI – PRESIDENTE LEGACOOP EMILIA OVEST
Il 2 giugno affonda le sue radici profonde anche nei territori di Reggio Emilia, Parma e Piacenza, dove la nascita della Repubblica si intreccia con le vicende della Resistenza e della ricostruzione democratica. Qui, tra pianura e Appennino, si è consumata una parte decisiva della “lunga Liberazione”, fatta di battaglie partigiane, repressioni e mobilitazioni popolari che hanno accompagnato il passaggio dal regime alla democrazia.
Reggio Emilia, decorata al valor militare, rappresenta emblematicamente il contributo di queste comunità: una tradizione di impegno civile e lotte per i diritti che ha resistito al fascismo e ha alimentato le basi della nuova Italia repubblicana.
In questi territori, la nascita della Repubblica trova un parallelo naturale con la storia della cooperazione. Alcune cooperative di queste aree hanno festeggiato proprio quest’anno l’80° anniversario a testimonianza di questo parallelismo con la rinascita democratica.
Repubblica e cooperazione, entrambe affondano le radici nei valori di solidarietà, partecipazione e giustizia sociale, maturati nelle lotte dei lavoratori e rafforzati nella fase della ricostruzione.
Non a caso, proprio nel dopoguerra, la cooperazione rinasce e viene riconosciuta dalla Costituzione come strumento di democrazia economica e inclusione.
Così, il 2 giugno diventa anche il simbolo di una comunità che, dalle macerie della guerra, ha scelto di costruire il proprio futuro attraverso l’impegno collettivo, la responsabilità condivisa e una visione di sviluppo radicata nei territori.
DANIELE MONTRONI – PRESIDENTE LEGACOOP EMILIA-ROMAGNA
La Festa della Repubblica ci ricorda che la democrazia è una pratica che vive nei territori, nel lavoro, nelle comunità e nelle organizzazioni sociali. La cooperazione emiliano-romagnola conosce bene questo legame. Durante il fascismo fu colpita perché rappresentava autonomia, mutualità, partecipazione popolare. Dopo la Liberazione tornò a essere una risorsa concreta per ricostruire lavoro, servizi, fiducia e legami sociali.
L’articolo 45 della Costituzione riconosce questa storia e le dà un valore repubblicano. La cooperazione a carattere di mutualità, senza fini di speculazione privata, è parte della democrazia economica del Paese. Significa mettere al centro le persone, distribuire responsabilità, costruire imprese che non separano lo sviluppo dalla funzione sociale.
A ottant’anni dal voto alle donne e dalla nascita della Repubblica, questa memoria parla al presente. La cooperazione continua ad avere un compito: dare risposte collettive ai bisogni delle comunità, dal lavoro alla casa, dal welfare alla transizione ecologica. Celebrare il 2 giugno, per noi, significa rinnovare l’impegno a tenere viva una democrazia capace di abitare anche l’economia, i territori e la vita quotidiana delle persone


