Tra eventi climatici estremi, costi agricoli e consumi in calo, la filiera di Legacoop Emilia-Romagna consolida export e innovazione, confermandosi pilastro economico e sociale del territorio.
In Emilia-Romagna la cooperazione agroalimentare è un pilastro dell’infrastruttura economica della regione. I dati raccolti dalla società di consulenza Nomisma in occasione dell’evento “Protagonisti della Food Valley – Sfide e Valori della Filiera Cooperativa” mostrano con chiarezza il peso del modello cooperativo nella regione simbolo del food italiano. Le 180 cooperative agroalimentari di Legacoop Emilia-Romagna hanno generato nel 2024 un fatturato di 7.908 milioni di euro, con 14.634 addetti e 41.650 aziende socie. Un sistema che vale il 68% del fatturato agroalimentare Legacoop a livello nazionale e che rappresenta circa la metà del fatturato di tutta la cooperazione agroalimentare regionale incidendo per circa il 19% sul giro d’affari di tutto il settore alimentare dell’Emilia-Romagna. La forza del sistema è trainata da un nucleo di grandi realtà. Le prime 10 cooperative producono oltre il 75% del fatturato complessivo riconducibile a Legacoop Emilia-Romagna. Tra queste spiccano Granlatte nel settore lattiero-caseario, Granterre nella zootecnia e nei salumi, Cantine Riunite nel vitivinicolo e Progeo nei servizi.
In Emilia-Romagna le cooperative, e in particolare in Legacoop Emilia-Romagna, ricoprono tutt’altro che un ruolo marginale. Al contrario, negli ultimi decenni hanno consolidato una posizione sempre più centrale nell’economia regionale, diventando un vero punto di riferimento soprattutto nei momenti di maggiore incertezza, che non sono certo mancati negli ultimi anni.
La risposta cooperativa alle sfide odierne: cambiamenti climatici e crisi geopolitiche
L’Emilia-Romagna, infatti, si colloca al secondo posto in Italia per numero di eventi climatici estremi tra il 2015 e il 2024, con 19 episodi registrati, subito dopo il Piemonte con 20, su un totale nazionale di 146, secondo i dati Legambiente elaborati da Nomisma. Queste calamità hanno colpito duramente i territori emiliani, compromettendo le produzioni chiave. A fianco al clima, le tensioni geopolitiche, dalla guerra in Ucraina alle frizioni sino-americane, hanno innescato una volatilità senza precedenti nei prezzi degli input agricoli. Il report Nomisma evidenzia come, dopo i forti rincari registrati nel 2022, i costi degli input agricoli nel 2024 si mantengano ancora sensibilmente superiori ai livelli pre-crisi, con valori compresi tra circa il +25% e oltre il +40% rispetto al 2020.

Queste difficoltà si riflettono anche sul mercato interno. Negli ultimi quattro anni i volumi delle vendite alimentari al dettaglio si sono ridotte. Mentre il valore complessivo delle vendite resta quasi stabile solo per effetto dell’inflazione. Cresce, invece, la tendenza a risparmiare. I salari reali diminuiscono, mentre dal 2019 i prezzi alimentari sono saliti di circa il 30%: una dinamica che riduce il potere d’acquisto e frena i consumi. Cambiano anche le scelte di acquisto. Discount e supermercati aumentano i volumi, mentre gli ipermercati perdono terreno. Si diffondono sempre di più le private label a basso prezzo, con il rischio di penalizzare le eccellenze Dop e Igp del territorio. In questo contesto, l’export assume un’importanza fondamentale, diventando il motore imprescindibile per la tenuta del settore agroalimentare emiliano-romagnolo. Tuttavia, anche i mercati esteri presentano criticità crescenti. Il 42% delle esportazioni agroalimentari regionali è rivolto ai i Paesi extra-UE dove si registra un aumento delle restrizioni di natura geopolitica, intensificatesi dopo il 2018. L’inasprimento delle barriere doganali ha reso determinanti alcuni accordi commerciali, tra cui il CETA. A partire dal 2017, l’accordo tra Unione Europea e Canada ha infatti determinato un significativo aumento del tasso di crescita annuo composto dell’export regionale verso il mercato canadese, passato dal 8% al 11% complessivo. Prospettive altrettanto promettenti si aprono verso il Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay) e l’India, individuati come obiettivi prioritari per fiorenti opportunità di scambio.
La cooperazione, dunque negli ultimi anni, ha dovuto affrontare cambiamenti climatici estremi, costi di produzione schizzati verso l’alto e consumi interni in frenata. Tuttavia, le cooperative hanno dimostrato di saper reggere l’urto. Non solo per una questione di dimensioni, ma grazie al loro DNA cooperativo. È questa capacità di fare squadra che ha consentito alle cooperative di offrire stabilità ai produttori e continuità alle filiere, spingendo in maniera costante verso l’innovazione.


